I vitigni della provincia di Torino

Nei vigneti della provincia di Torino si può ritrovare un’ampia gamma di vitigni coltivati,  frutto di una secolare tradizione viticola. Le diverse varietà di vite attualmente presenti sul territorio sono il risultato degli intensi scambi di materiale vegetativo avvenuti in passato e delle  modificazioni genetiche verificatesi in seguito agli adattamenti microclimatici nei vari ambienti in cui la viticoltura si è sviluppata. Accanto ai vitigni di recente e sempre maggiore diffusione, fra cui Barbera, Bonarda, Dolcetto, Freisa e Nebbiolo, ve ne sono altri che, dando luogo a prodotti a volte di nicchia con specifiche caratteristiche organolettiche, possono essere definiti  antichi se non addirittura  autoctoni. Si tratta di vitigni dal forte legame con l’ambiente e il territorio e dall’antica tradizione di coltivazione. E’ il caso dell’Erbaluce, del  Neretto e del Ner d’Ala in Canavese, dell’Avanà e del Becuét in Val Susa, del Cari (Pelaverga) e della Malvasia di Schierano in Collina Torinese, del Doux d’Henry e dello Chatus nel Pinerolese. Le produzioni enologiche che derivano dall’utilizzo di questi vitigni sono particolari e caratterizzate da una forte identità territoriale e storico–culturale.

baratuciat

Nessun sinonimo vero e proprio, anche se, nelle zone ove era tradizionalmente presente, i viticoltori locali ne ricordano varianti del nome anche piuttosto distanti, come “Bertacuciàt”, o lo chiamano “Berlu ‘d ciàt”. Si sono trovati riferimenti storici locali, risalenti alla fine del 1800, per un “Berlon ‘d ciat bianco”.
L’etimologia del nome è incerta, ma tale denominazione potrebbe derivare dalla forma particolare dell’acino, molto allungato, associato popolarmente alla forma degli escrementi di gatto (in dialetto locale “ciàt”) similmente a quanto accade in zona per altre varietà di vite (Berla grossa, Berla ‘d crava). La prova della sua presenza nell’area compresa tra la Bassa Valle di Susa e la pianura limitrofa è rappresentata da un documento redatto dalla Commissione ampelografica della Provincia di Torino inserito nel Bullettino Ampelografico del 1877, dove al fascicolo VIII viene citato un vitigno indicato come Berlon ‘d ciat bianco, presente in piccole proporzioni nel comune di Villarbasse.

Testo e Foto: C.N.R – I.V.V. Anna Schneider, Stefano Raimondi
http://www.cantinasperimentale.it/node/53

DOUX D’HENRY

Il Doux d’Henry coltivato nel Pinerolese è conosciuto in zona da secoli tanto che il Conte di Rovasenda lo indicò come vitigno indigeno in particolare dei comuni di Pinerolo, Bibiana, Perosa Argentina e Torre Pellice. Oggi gli impianti più importanti sono concentrati nel comune di San secondo di Pinerolo e di Prarostino dove i vigneti si spingono fino a quote di 600 m s.l.m. Il Doux d’Henry è un vitigno di notevole vigoria che richiede sistemi di allevamento espansi e potature lunghe; la sua  produzione è incostante poiché soggetto a forte colatura fiorale ed acinellatura, anche per via della maschiosterilità che impone l’impianto in combinazione con altri vitigni. Resiste alle brinate, alla peronospora e grazie alla conformazione del grappolo, che è spargolo, anche alla Botrytis cinerea. Gli acini a maturità sono di rilevanti dimensioni e di colorazione poco intensa. Il gradevole gusto ha fatto si che fosse utilizzato un tempo come uva da mensa. Dalla vinificazione in purezza si ottiene un vino dal colore poco intenso, leggero, fresco e profumato.

chatus

Sempre associato a suoli acidi e silicei della fascia pedemontana occidentale, lo Chatus è diffuso dalla Val Maira all’Ossola, testimonianza della sua importanza passata. Vitigno rustico, caratterizzato da un vigore medio-elevato e un buon equilibrio vegeto-produttivo, fornisce produzioni piuttosto costanti anche con annate climatiche differenti.  Il grappolo è di media grandezza, con acini piccoli di colore blu nero e buccia molto pruinosa.

Le uve dello Chatus maturano piuttosto tardivamente, dopo il Barbera e prima del Nebbiolo, ed essendo ricche di estratto di colore dalla loro vinificazione si ottiene un vino dal colore intenso e di buon corpo. E’ uno dei vitigni tradizionali più promettenti dal punto di vista enologico; ricerche in questa direzione hanno evidenziato che, secondo le tecniche di cantina utilizzate, si possono ottenere vini più o meno longevi per tipologie commerciali diverse.

barbera

La Barbera è il vitigno del Piemonte per eccellenza; e si dice “la Barbera”: per tradizione, infatti, il nome di questo vitigno è usato al femminile. In Italia è diffuso al nord e al centro; molto presente nelle zone di Asti e Alba, questo vitigno tipico si trova ampiamente anche in tutta la provincia di Torino. Nel tempo l’estrema capacità di adattamento della Barbera, le ha permesso di espandersi ed essere apprezzata in tutto il mondo.

Rustica e produttiva, è spesso coltivata insieme ad altri vitigni. La Barbera si adatta a varie forme di allevamento e potatura, anche ad alta quota. Per una corretta maturazione delle uve la Barbera richiede temperature piuttosto elevate, per questo predilige esposizioni ben soleggiate e asciutte. La maturazione avviene da fine settembre/ottobre e la produzione è di solito abbondante. Le uve Barbera trovano impiego in una vasta gamma di vini rossi e rosati; nel taglio con altre cultivar apportano alcol, acidità e colore, vinificate in purezza danno vini di colore rosso rubino, di buona gradazione alcolica e ben strutturati.

Tra i vini doc di Torino il vitigno Barbera è utilizzato: nella Collina Torinese (Barbera e Rosso novello), nella doc Canavese (nelle sue versioni Canavese Barbera, rosso, rosso novello, rosato, rosato spumante), nella doc Pinerolese (nelle sue versioni rosso, rosato e Barbera, appunto) e nella doc Valsusa. La Barbera, inoltre, si adatta molto bene in abbinamento con piatti tipici piemontesi e nella loro preparazione.

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dolcetto

Il Dolcetto, vitigno ampiamente coltivato e presente in Piemonte, si è diffuso in provincia di Torino in epoca “post fillosserica” perché è robusto, matura presto e non ha particolari problemi ad adattarsi ai climi e ai terreni più svariati, anche nelle zone pedemontane e vallate alpine più fresche vicino a Torino. Oggi nella viticoltura di Torino lo si trova con percentuali differenti: maggiormente diffuso tra i vini del Pinerolese e in Valle di Susa, molto meno tra i vini del Canavese e nella Collina Torinese.

Il Dolcetto è un vitigno di medio vigore con esigenze climatiche piuttosto particolari: non ama gli troppo umidi o con sbalzi termici tra il giorno e la notte. La produttività del Dolcetto è media e fornisce un vino rosso di colore rubino violaceo, di discreta gradazione alcolica e buon corpo, da consumare giovane o dopo un breve invecchiamento. Tra i vini doc torinesi, è ben rappresentato nel Pinerolese Dolcetto dal profumo delicato e vinoso e dal sapore secco, morbido e fresco.

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becuet

Il Becuet è un vitigno tipico dell’alta e media Valle Susa, dove è coltivato da tempo immemorabile. In questo territorio vicino a Torino i vigneti s’inerpicano fino alle maggiori altitudini di tutto l’arco alpino, spingendosi a volte oltre i mille metri. Lavori manuali e tecniche tradizionali sono il denominatore comune di questa viticoltura eroica perché le viti crescono tra rocce e muretti in pietra e i terrazzamenti, che caratterizzano il paesaggio, permettono di ricavare terreni coltivabili dove la pendenza è troppo forte.

Qui cresce il Becuet un vitigno vigoroso che con l‘Avanà (altro vitigno autoctono della Valle Susa) arricchisce l’enologia torinese con vini dalla forte identità territoriale di montagna. Il grappolo del Becuet è piccolo, cilindrico o conico, spargolo con acini dalla forma ovoidale con buccia molto spessa. I vini ottenuti dalle uve Becuet sono caratterizzati da un estratto notevole e da un corredo polifenolico di primissimo piano. Il Becuet viene prevalentemente utilizzato dai viticoltori come miglioratore nei tagli con altri vitigni, ad esempio l’Avanà utilizzato nel vino doc Valsusa. Nonostante ciò non è da escludere la vinificazione del Becuet in purezza per la produzione di vini ricchi di corpo e struttura adatti a lunghi invecchiamenti in botti di legno

avana’

L’Avanà è uno dei vitigni che si possono definire “transfrontalieri” per il fatto di essere presente anche in Savoia e Delfinato. Oggi la sua coltivazione in Piemonte è limitata quasi esclusivamente alla media e alta Valle di Susa ed alla Val Chisone (Pinerolese) dove è allevato utilizzando una controspalliera di modesta altezza o addirittura ad alberello poiché l’ambiente pedoclimatico estremo ne contiene  il grande vigore.  La sua produzione non è costante  ed occorre controllare la corretta esposizione al sole dei grappoli per evitare  difetti di colorazione.

Vinificate in purezza le uve danno un vino fresco e fruttato, leggero di corpo, dal colore piuttosto scarico ma di ottima tonalità che degrada velocemente virando all’arancio. Dal 1996 le uve del vitigno Avanà possono concorrere alla produzione del vino DOC Pinerolese, ed in particolare del Pinerolese Ramìe, e dal 1997, sole o congiuntamente agli altri vitigni locali (Becuet, Chatus…), alla DOC Valsusa.

cari o pelaverga

In passato molto diffuso in Piemonte, oggi il Cari è coltivato quasi esclusivamente nel Saluzzese e nel Chierese dove ha la sua zona d’elezione nel territorio comunale di Baldissero Torinese. È un vitigno dal medio vigore normalmente allevato a controspalliera con una produttività buona anche se non costante. Il grappolo è di dimensioni medie, abbastanza serrato e quindi suscettibile agli attacchi di muffa grigia.

Un tempo rinomata come uva da mensa, oggi l’uva del Cari viene prevalentemente vinificata in uvaggio con altri vitigni locali; alcuni produttori lo vinificano in purezza ottenendo un vino rosso-rosato, dalla gradevole tonalità rubino-violacea, dal profumo caratteristico e dall’acidità moderata, secco o lievemente amabile a secondo della tecnica di  vinificazione adottata.

MALVASIA DI SCHIERANO

Cultivar aromatica un tempo assai più diffusa ed apprezzata, la Malvasia di Schierano è ora coltivata unicamente nell’area della Collina Torinese e sulle confinanti colline Astigiane. A causa della sua produttività moderata soggetta ad alternanza, è stata nel tempo sostituita da altre varietà.

Vitigno poco suscettibile all’oidio ed alla muffa del grappolo presenta una maturazione medio-precoce. Le uve vinificate in purezza danno un vino dolce, aromatico, di colore gradevole e profumo intenso, equilibrato e poco tannico.

bonarda

Vitigno presente in Piemonte quasi esclusivamente nel nord Astigiano, nel  Pinerolese e in Collina Torinese, è stato a lungo confuso con altre varietà con cui condivideva il nome “Bonarda” quali ad esempio la Croatina nell’Oltre Po Pavese o l’Uva Rara nel Novarese.

Vitigno vigoroso che ben si adatta a forme d’allevamento espanse (pergolette) o alla controspalliera; ha una buona resistenza alle malattie ed una discreta costanza  produttiva anche se, in presenza di virosi, spesso si manifestano importanti fenomeni di acinellatura. Le qualità enologiche sono di particolare interesse: dalle  uve di Bonarda si  ottengono vini di colore intenso e stabile con una buona struttura e armonia che, grazie ad un’adeguata ma non eccessiva acidità fissa, sono adatti ad  un medio periodo di invecchiamento.

freisa

Il Freisa è tra i vitigni tipici di Torino ed è presente con maggiore diffusione nel Pinerolese e nella Collina Torinese dove riesce ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità produttive; conosciuta in particolar modo è la Fresia di Chieri. Il Freisa nelle sue 4 versioni: frizzante, secco, spumante o superiore, è un vino rosso torinese con colore che va dal rubino, fino al cerasuolo o al granato. La maturazione avviene tra settembre e ottobre e i grappoli maturi sono di colore blu-nero.

Le uve di questo vitigno autoctono piemontese conferiscono un gradevole profumo fruttato, esaltato nell’ottenimento di vini rossi vivaci; data la loro buona dotazione di colore e tannini le uve del Freisa sono adatte al taglio con altre e alla produzione di vini fermi, eventualmente sottoposti ad un breve affinamento. Il Freisa è molto utilizzato negli ultimi anni anche nella mixologia, per cocktail e aperitivi, in abbinamento con il vermouth, altro prodotto tipico dell’enologia a Torino.

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ner d’ala

Coltivato soprattutto nell’Alto Canavese il Ner d’Ala è chiamato localmente Vernassa. L’idoneità alla coltura in Piemonte è recente e risale al 2004. È un vitigno molto vigoroso che predilige le forme d’allevamento espanse e le potature ricche tradizionali del Canavese. Grazie alle sue caratteristiche ben si adatta anche a condizioni colturali meno favorevoli quali ad esempio i ritorni di freddo mentre,  soprattutto nei terreni fertili, teme un po’ la muffa per via della conformazione del grappolo che è compatto.

Un tempo era considerata uva a duplice attitudine, per la vinificazione e per la mensa, utilizzata in tal caso per le doti di buona serbevolezza e per il gusto particolarmente gradevole. Oggi viene vinificata insieme alle uve dei vitigni locali ed in particolare al Nebbiolo per la produzione del Carema. Se vinificato in purezza origina un vino dal colore vivace e dal profumo speziato.

NERETTO DI BAIRO

Diffuso in tutto il Canavese, il Neretto di Bairo è un vitigno a bacca rossa che un tempo occupava una posizione predominante nella viticoltura locale. Oggi è sporadicamente presente nei vigneti e concorre alla produzione del Canavese Rosso DOC mentre raramente viene vinificato in purezza. Per la sua coltivazione, data l’elevata vigoria e la scarsa fertilità delle gemme alla base del tralcio, è necessaria una forma d’allevamento espansa, quale la tradizionale pergola canavesana che permette una potatura lunga e ricca. La produzione di uva non è costante poiché abbondanti piogge nel periodo della fioritura determinano una limitata allegagione. Nonostante l’uva sia ritenuta di buona qualità per la vinificazione e soprattutto adatta alla produzione di vini giovani di pronta beva, si sta assistendo all’abbandono di questo vitigno da parte  dei viticoltori che scelgono per i loro nuovi impianti varietà a più elevata e costante produzione.

erbaluce

Anche se non si può considerare un vitigno autoctono in senso stretto, il vitigno Erbaluce ha per la provincia di Torino un’importanza storica poiché la sua presenza è limitata all’area dell’alto Piemonte e soprattutto all’enologia del Canavese dove si è diffuso trovando le condizioni ambientali migliori per il suo sviluppo. In questa zona oggi l’Erbaluce rappresenta il vitigno tipico per estensione delle colture e fondamentale per valore commerciale dei vini. I vigneti, la cui coltivazione a ridosso delle Alpi richiede cure attente, testimoniano un amore e una passione per la terra che hanno radici antiche nella viticoltura canavese.

L’Erbaluce utilizza sistemi di allevamento tradizionali come la pergola canavesana, detta “topia”. Unica sul territorio piemontese, la pergola canavesana ha pali di sostegno e traverse, generalmente in legno di castagno alti fino a 2 metri da terra. Il grappolo dell’Erbaluce è di media grandezza, cilindrico, un po’ allungato, compatto. Gli acini sono sferoidali con buccia spessa e a maturità assumono una particolare colorazione ambrata. Dall’uva Erbaluce, il cui nome pare derivare dalla leggendaria ninfa Albaluce, si ottengono tre tipologie di vino bianco: Erbaluce di Caluso, Spumante (metodo classico) e Passito, le cui uve appassiscono nei solai per alcuni mesi – dalla vendemmia a marzo – prima della pigiatura e concentrano nel tempo i loro aromi.

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nebbiolo

Il Nebbiolo è un vitigno oggi coltivato ampiamente in Piemonte, ma originario probabilmente delle vallate alpine. Il nome “Nebbiolo” deriva, forse, dall’epoca tardiva della sua vendemmia, quando ormai le prime nebbie avvolgono i filari e sfumano i contorni delle viti. Il Nebbiolo rappresenta uno dei vitigni più anticamente diffusi nella regione Piemonte come testimoniano la grande varietà di sotto-cultivar o biotipi. In provincia di Torino il Nebbiolo dà origine ad alcuni vini rossi pregiati, tra cui la doc Carema che nasce nell’omonimo comune del Canavese.

Dal Nebbiolo, ai confini con la Valle d’Aosta si produce, appunto, il Carema raro e fascinoso vino rosso piemontese. Il vitigno Nebbiolo, qui chiamato Picotener, nasce su terrazzamenti i cui caratteristici muretti a secco (topion) e pilastri in pietra catturano i raggi del sole rilasciandoli poi alle viti. Qui la viticoltura eroica trova un’espressione adeguata e disegna un paesaggio unico con i suoi vigneti su terrazze aggrappate alla montagna tra i 350 ed i 700 metri d’altitudine.

La maturazione delle uve di Nebbiolo è tardiva e i grappoli sono costantemente controllati dai viticoltori per garantire un’ottimale esposizione al sole. La produzione di questo vitigno in Piemonte non è mai costante e solo i grappoli migliori vengono raccolti per la produzione del Carema, che si presta bene all’invecchiamento. Questo particolare contesto montano vicino a Torino permette produzioni enologiche dal Nebbiolo con un insieme di componenti strutturali che ne fanno un vino dotato di un colore molto più armonioso e stabile nel tempo a differenza dei Nebbioli ottenuti in altre aree viticole della regione Piemonte.

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